Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana
Sentenza 24 gennaio 2018, n. 33

Presidente: De Nictolis - Estensore: Simonetti

FATTO E DIRITTO

1. La società Eco Agri Società Agricola ha presentato due istanze per il rilascio dell'autorizzazione unica ex art. 12 del d.lgs. 387/2003 per la realizzazione sul territorio del Comune di Gela di due impianti di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile di tipo fotovoltaico, denominati Eco Agri 1 e Eco Agri 2, assunte rispettivamente al protocollo dell'Assessorato regionale dell'industria con i nn. 48030 e 48034 del 25 novembre 2008.

Dagli atti di causa, per come compendiati nella sentenza di primo grado, risulta che:

- in date 1° luglio 2009 (per Eco Agri 1) e 29 luglio 2009 (per Eco Agri 2), la società richiedente ha provveduto a integrare la documentazione necessaria, così come richiesto dai vari Enti coinvolti nel procedimento, come anche in seguito in data 19 ottobre 2009 e 12 novembre 2009;

- il 12 maggio 2010, l'Assessorato regionale dell'energia e dei servizi di pubblica utilità ha indetto la conferenza di servizi per la data del 24 maggio seguente, la cui conclusione, però, veniva rinviata ad altra seduta, poiché l'Assessorato all'energia e dei servizi di pubblica utilità si riservava di valutare se sottoporre i progetti in esame alla procedura di verifica ambientale, trattandosi di impianti con potenza superiore a 1 MW;

- il 29 maggio seguente la società ha avviato la procedura di verifica di assoggettabilità ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. 4/2008, per entrambi i progetti rispettivamente con richieste nn. 37173 e 37167 del giorno 8 giugno 2010 inoltrate all'Assessorato regionale territorio e ambiente, curando la pubblicazione del relativo avviso sulla G.U.R.S. del 11 giugno 2010 e richiedendone il 29 maggio 2010 l'affissione all'Albo pretorio del Comune di Gela (pubblicazione effettuata dal 6 giugno al 17 luglio 2010);

- il 20 settembre successivo, la società ha depositato tutti i pareri in suo possesso, evidenziando l'avvenuto decorso dei termini relativi all'acquisizione dei pareri e alla pubblicazione degli atti di cui all'art. 20 del d.lgs. 4/2008;

- il 18 ottobre 2010, la società ha diffidato l'Assessorato regionale territorio e ambiente al rilascio del parere di competenza, precisando di non ritenere assoggettabile alla procedura di VIA i progetti di che trattasi, pur avendovi dato avvio a scopo cautelativo;

- il 27 ottobre seguente, l'Amministrazione procedente ha trasmesso il verbale della conferenza di servizi del 24 maggio 2010 a tutti gli Enti interessati al fine della presentazione entro 10 giorni di osservazioni e della resa dei pareri mancanti, nonché dell'esibizione di altra documentazione integrativa da parte della società richiedente;

- il 16 novembre 2010, la società ha integrato la documentazione richiesta dall'Assessorato industria (si sostiene che trattavasi di documentazione smarrita dall'Amministrazione stessa);

- il 19 novembre 2010, la società ha diffidato nuovamente l'Assessorato regionale territorio e ambiente al rilascio del parere di competenza;

- il 27 dicembre 2010, l'Assessorato regionale territorio e ambiente, ha comunicato l'esito della verifica di assoggettabilità ai sensi dell'art. 20 del d.lgs. 4/2008, ritenendo non necessaria l'attivazione della successiva procedura di valutazione d'impatto ambientale ai sensi dell'art. 23 del d.lgs. 152/2006 e ha espresso "parere favorevole di compatibilità dell'intervento";

- il 9 febbraio 2011, il responsabile del procedimento adottava la determinazione motivata di conclusione del procedimento ritenendo non necessaria la nuova convocazione della conferenza di servizi "al fine di non aggravare l'iter procedimentale";

- il 17 febbraio 2011, attesa la completezza dell'istruttoria, con decreti dirigenziali n. 53 e n. 54, l'Assessorato regionale dell'energia e dei servizi di pubblica utilità, Dipartimento dell'energia ha rilasciato le autorizzazioni uniche ai sensi dell'art. 12, comma 3, del d.lgs. 387/2003, rispettivamente per gli impianti Eco Agri 1 e Eco Agri 2.

2. Con ricorso notificato il 24 aprile 2013 e depositato il 20 maggio seguente la società ha chiesto nei confronti della Regione Sicilia il risarcimento del danno derivato dal ritardo con cui le sono state rilasciate le autorizzazioni in questione.

Il danno lamentato è stato quantificato in complessivi euro 156.186.609,59, derivante dalla somma delle seguenti voci:

(i) mancata produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

L'ingiustificato ritardo avrebbe impedito l'accesso alle tariffe incentivanti previste dal d.m. del 19 febbraio 2007, il cd. secondo conto energia, a favore degli impianti fotovoltaici entrati in esercizio entro il 30 giugno 2011.

(ii) Mancata produzione di prodotti orto-floreali.

La produzione dell'energia, invero, era destinata alla produzione agricola.

(iii) Mancata vendita degli impianti.

La società aveva stipulato un contratto preliminare per la vendita degli impianti da effettuarsi entro il dicembre 2009, sotto condizione sospensiva del rilascio tempestivo delle autorizzazioni che, a causa del ritardo, è stato risolto.

(iv) Spese di progettazione e istruzione pratica amministrativa.

2. Il Tar, con sentenza n. 1512/2015, ha dichiarato il ricorso irricevibile, perché tardivo, sul presupposto che l'inerzia dell'Amministrazione, qualificabile nei termini di un illecito permanente, avesse avuto termine il 17 febbraio 2011, in un tempo nel quale era applicabile l'art. 30, comma 4, c.p.a. e, quindi, l'azione risarcitoria andava proposta entro 120 giorni dal 17 febbraio 2011, essendo stata proposta invece a distanza di oltre due anni.

3. Avverso la sentenza Eco Agri s.r.l. ha proposto il presente appello ribadendo, in primo luogo, la tempestività del ricorso assumendo che fosse applicabile alla fattispecie il termine di prescrizione quinquennale. Ciò in ragione della natura istantanea dell'illecito, quantunque ad effetti permanenti, che quindi avrebbe avuto inizio prima dell'entrata in vigore del c.p.a. e per il quale varrebbe il principio affermato dall'Adunanza plenaria n. 6/2015.

3.1. In particolare si assume che l'illecito si sarebbe consumato alla data del 10 maggio 2010, ovvero alla scadenza dei 180 giorni prescritti per il rilascio dell'autorizzazione, e che il danno si sarebbe manifestato il 13 agosto 2010 allorché era prorogato il c.d. secondo conto energia per gli impianti installati entro il 31 dicembre 2010.

3.2. In via subordinata si assume ancora che, ove l'illecito fosse da qualificare come permanente, comunque la prescrizione sarebbe decorsa in maniera continuativa ogni giorno successivo al primo in cui il danno si è manifestato; sicché sarebbe non di meno applicabile l'art. 2 dell'all. 3 del c.p.a., nell'interpretazione datane da Ad. plen. 6/2015.

3.3. Nel merito della pretesa richiama, quanto all'esistenza di una condotta non iure, il precedente di questo CGA n. 1368/2010, e rileva come il rilascio delle autorizzazioni confermi la sicura spettanza del bene della vita.

Per quanto concerne il danno e il nesso di causalità rispetto alla condotta, assume che, se le autorizzazioni fossero state rilasciate entro il 10 maggio 2010, gli impianti sarebbero stati installati entro il 31 dicembre 2010 e quindi la società avrebbe potuto usufruire delle tariffe incentivanti.

Assumendo che ricorra anche l'elemento della colpa della p.a., quantifica il danno in tre distinte voci: da mancata produzione di energia elettrica secondo le tariffe incentivanti (che sarebbe pari ad euro 125.272.963,72); da mancata produzione di prodotti orto-floreali (che sarebbe pari ad euro 25.272.000); per le spese di progettazione ed istruzione dalla pratica (che sarebbe pari ad euro 138.745,87).

3.4. Si è costituito l'Assessorato regionale per le attività produttive con articolata memoria difensiva, insistendo per la tardività della domanda risarcitoria e, nel merito, per la sua infondatezza.

In particolare la difesa erariale nega che ricorra la colpa della p.a., ricordando come l'iter procedimentale sia stato ritardato da mancanze istruttorie imputabili al privato, e che non sia dimostrato che, ove l'autorizzazione fosse stata rilasciata per tempo, la società appellante avrebbe installato gli impianti entro il 31 dicembre 2010 e li avrebbe fatti funzionare entro il 30 giugno 2011; sottolineando a tale ultimo riguardo come l'impianto non sia stato mai realizzato, neppure dopo.

Contesta anche la quantificazione dei danni, sul rilievo preliminare che vi sarebbe una evidente sproporzione tra la loro entità e il corrispettivo pattuito nel preliminare di vendita degli impianti, nell'ordine di solo 5 milioni di euro; e che semmai il danno andrebbe calcolato nella differenza tra gli incentivi del secondo e quelli del terzo sconto energia, al quale la società avrebbe potuto comunque accedere.

3.5. Rinviato l'esame della domanda cautelare al merito, all'udienza dell'11 gennaio 2018, in vista della quale parte appellante ha depositato memoria illustrativa, la causa è passata in decisione.

4. Deve esaminarsi preliminarmente la questione circa la tempestività dell'azione risarcitoria proposta nel 2013, strettamente correlata alla definizione del termine al quale era soggetta, se di prescrizione o di decadenza.

4.1. Non è in discussione il fatto che sulle originarie istanze di autorizzazione del 19 ottobre 2009 l'Amministrazione regionale non abbia provveduto tempestivamente, avendo rilasciato le autorizzazioni richieste solamente il 17 febbraio 2011. Se è vero infatti che entrambe le parti concordano sul dato per cui le istanze originarie non fossero da principio complete, quanto alla documentazione necessaria, è anche vero che le stesse concordano non di meno sul fatto per cui l'integrazione della documentazione fosse stata raggiunta il 12 novembre 2009 e che, pertanto da tale data iniziasse a decorrere il termine di legge di 180 giorni, che era all'epoca il termine indicato dall'art. 12, comma 4, del d.lgs. 387/2003, per la definizione della procedura.

Sicché, deve ritenersi che, conti alla mano, non constando eventi interruttivi o atti di sospensione, quel termine fosse scaduto alla data del 10 maggio 2010 e che da quel giorno fosse maturato il cd. silenzio-inadempimento.

Il che avrebbe potuto permettere al privato - da quel momento - di proporre ricorso avverso il silenzio ai sensi dell'allora vigente art. 21-bis l. Tar, richiamato dall'art. 2, comma 5, della l. 241/1990, applicabile ratione temporis; come anche di chiedere il risarcimento del "danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento", a norma dell'art. 2-bis della l. 241/1990, inserito dall'art. 7 della l. 69/2009.

4.2. In disparte il primo rimedio, che qui non rileva, per il secondo rimedio, di natura risarcitoria, il citato art. 2-bis prevedeva, al comma 2, che il diritto (al risarcimento del danno) si prescrivesse in cinque anni.

Si era prima del codice del processo amministrativo, agli albori, per così dire, della tutela risarcitoria dinanzi al giudice amministrativo, in un'epoca nella quale, se era discusso il rapporto tra la tutela impugnatoria e quella risarcitoria, se in termini di pregiudizialità o di autonomia; di certo non era discusso che, in mancanza di una previsione di legge ad hoc, il termine per la tutela risarcitoria fosse pur sempre quello generale di prescrizione, ricavabile dal codice civile (art. 2947 c.c.), e non quello di decadenza, al tempo non ancora introdotto dal legislatore.

In questo senso, l'art. 2-bis, comma 2, della l. 241/1990, appena ricordato, nel prevedere espressamente il termine di prescrizione (quinquennale) per il risarcimento del danno da ritardo, era sembrato confermare l'idea - maggioritaria, sebbene non da tutti condivisa - che il risarcimento del danno da attività provvedimentale seguisse il modello di diritto comune prefigurato dalla nota Cass. 500/1999.

4.3. Tale era quindi il quadro normativo in vigore alla data del 10 maggio 2010, quando nella vicenda in esame era venuto in scadenza il termine procedimentale e maturato il silenzio, come anche alla data del 19 agosto 2010, allorché venne prorogato il secondo conto energia, con le relative tariffe incentivanti, subordinando l'accesso al beneficio alla condizione che gli impianti fossero installati entro il 31 dicembre 2010.

A questo punto è bene chiarire come, secondo la stessa prospettazione di parte ricorrente, il bene della vita perseguito non sarebbe dato tanto, o solo, dal rilascio dell'autorizzazione amministrativa in sé e per sé quanto, piuttosto, o soprattutto, dal rilascio di un'autorizzazione alla realizzazione di un impianto di produzione di energia che potesse accedere alla tariffa incentivante (v., per un precedente sul tema, C.d.S., IV, n. 1376/2016, sub 2.3.2. della motivazione); sull'assunto che senza il beneficio di legge non vi sarebbe stata convenienza a realizzare l'impianto.

Simile precisazione ha la sua rilevanza nel merito della vicenda, orientando di conseguenza il giudizio di spettanza, sulla fondatezza della pretesa; ma, prima ancora, ha rilievo ai fini della individuazione del termine a far data dal quale ha cominciato a prodursi e a manifestarsi il danno, nella percezione del titolare del diritto medesimo.

4.4. Ebbene, è da tale momento, ossia dall'entrata in vigore della l. 129/2010 di conversione con modifiche del d.l. 105/2010 che, mediante l'art. 1-septies, prorogava le tariffe incentivanti di cui all'art. 6 del d.m. 19 febbraio 2007 ma a condizione che entro il 31 dicembre 2010 fosse conclusa l'installazione dell'impianto fotovoltaico, che il danno da ritardo ha cominciato a manifestarsi nella sua concreta e specifica dimensione fattuale, approssimandosi tale scadenza e non essendo stato ancora concluso il procedimento autorizzatorio.

4.5. Ciò posto, qualificando il Collegio l'inosservanza del termine di conclusione del procedimento alla stregua di un illecito (omissivo) permanente, deve farsi applicazione della consolidata giurisprudenza della Suprema Corte per la quale nel caso di illecito permanente, protraendosi la verificazione dell'evento in ogni momento della durata del danno e della condotta che lo produce, la prescrizione ricomincia a decorrere ogni giorno successivo a quello in cui il danno si è manifestato per la prima volta, fino alla cessazione della predetta condotta dannosa, sicché il diritto al risarcimento sorge in modo continuo via via che il danno si produce, ed in modo continuo si prescrive se non esercitato entro cinque anni dal momento in cui si verifica (Cass., sez. un., n. 23763/2011; III, n. 17985/2007; I, n. 14861/2000).

4.6. Di conseguenza, disattendendo la tesi della difesa erariale accolta dal Tar, deve affermarsi come la prescrizione avesse già cominciato a decorrere, al più tardi, da agosto del 2010, comunque prima dell'entrata in vigore del codice del processo amministrativo, il 16 agosto 2010.

4.7. Dopodiché il codice, come noto, ha radicalmente mutato la disciplina dei termini dell'azione di danni, introducendo la novità di una domanda risarcitoria per lesione di interessi legittimi da proporre entro il termine di decadenza di 120 giorni (art. 30, comma 3, c.p.a.).

Per il danno da ritardo, ovvero da inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento, il codice, innovando anche qui rispetto alla disciplina previgente già ricordata, ha previsto che "il termine di 120 giorni non decorra fintanto che perdura l'inadempimento", ma che tale termine "inizia comunque a decorrere dopo un anno dalla scadenza del termine per provvedere" (art. 30, comma 4, c.p.a.).

Per il danno da ritardo ha quindi previsto, in sintesi, che il termine per agire in giudizio sia quello di decadenza (di 120 giorni) e non più quello di prescrizione (di 5 anni); salvo coordinare la decorrenza di tale termine con la previsione, già esistente in passato, per la quale l'azione avverso il silenzio può essere proposta fintanto che perdura l'inadempimento e, comunque, non oltre un anno dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento (art. 31, comma 2, c.p.a.).

Quest'ultima disposizione - giova sottolineare - si ispira evidentemente ad un esigenza di tutela per il privato, essendo volta a mitigare in parte il brusco passaggio da un termine di prescrizione di 5 anni ad un termine di decadenza di 120 giorni; laddove, invece, la sentenza qui impugnata, applicandola in maniera non corretta, finisce per determinare una eterogenesi dei fini.

Questo perché il codice ha previsto, per il danno da ritardo procedimentale, un regime (processuale) complessivamente meno favorevole per chi agisce in giudizio, se messo a confronto con quello previgente alla sua entrata in vigore.

4.8. Ed è qui che soccorre la garanzia offerta dall'art. 2 dell'allegato 3 al codice, secondo cui "per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti".

Di questa disposizione transitoria la Corte costituzionale e l'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato hanno già offerto una lettura che si attaglia bene al caso di specie, nel senso di riconoscere la natura processuale del termine di decadenza, introdotto dal codice per l'azione risarcitoria, e di ritenere che non sia possibile applicare tale termine agli illeciti antecedenti l'entrata in vigore del codice, sino ad allora soggetti al termine di prescrizione (Corte cost., ord. 57/2015; C.d.S., Ad. plen., 6/2015; prima ancora C.d.S., III, n. 297/2014).

Facendo applicazione della disposizione transitoria, al lume dei precedenti appena ricordati, si deve escludere che, per quanto già detto, alla fattispecie in esame possa applicarsi il termine di decadenza, "poiché altrimenti - per riprendere le parole dell'Adunanza plenaria - si perverrebbe all'iniqua conclusione che una disciplina processuale, nell'introdurre un limite temporale all'esercizio di una situazione giuridica soggettiva, possa modificare in peius e retroattivamente la meno restrittiva disciplina sostanziale applicabile a situazioni già esauritesi, in spregio agli artt. 3, 24 e 111 Cost.".

Sicché, la tempestività della domanda risarcitoria proposta il 24 aprile 2013 va misurata sulla base del (solo) termine di prescrizione di cinque anni decorrente a far data dal 2010, con la conclusione di ritenere tale domanda tempestiva e quindi il relativo ricorso ricevibile.

5. A questo punto si tratta di valutare quali debbano essere le conseguenza della presente statuizione, con la quale si accerta che erroneamente il giudice del primo grado non ha esaminato nel merito la domanda risarcitoria, fermandosi ad una pronuncia in rito, di irricevibilità.

5.1. Senza arrivare alle conclusioni radicali cui era pervenuta la Suprema Corte prima del codice, quando aveva ritenuto di poter sindacare al lume dell'art. 111 Cost., il modo in cui il giudice amministrativo esercitava la sua giurisdizione in tema di risarcimento del danno, censurando le pronunce del Consiglio di stato di inammissibilità della domanda risarcitoria, sul presupposto che si trattasse di un (vero e proprio) rifiuto di giurisdizione (v. Cass., sez. un., 30254/2008; 13659/2006), è innegabile che l'erronea pronuncia di primo grado abbia impedito l'esame nel merito della domanda, ledendo il diritto delle parti, in primo luogo del ricorrente, ad una decisione appunto nel merito.

Un'erronea pronuncia in rito che si è tradotta, quindi, in una omessa pronuncia nel merito. Un'ipotesi che non è testualmente ricompresa nel catalogo dell'art. 105 c.p.a., sui casi di rimessione al primo giudice, ma che vi rientra attraverso la categoria e lo spazio della lesione del diritto di difesa, di cui è invece fatta menzione.

5.2. Come noto, l'art. 105 c.p.a. costituisce il punto di sintesi, raggiunto dal legislatore del 2010, tra esigenze e visioni differenti: da un lato il principio, peraltro non assoluto, del doppio grado di giurisdizione, che conduce a prevedere l'annullamento con rinvio in una serie di casi in cui più forte è l'esigenza di garantire la riproduzione di un giudizio sul merito della controversia; dall'altro le ragioni di celerità della definizione del processo, che militano a favore della regola, prevalente ma non assoluta, della ritenzione della causa presso il Giudice dell'appello, anche laddove la sentenza di primo grado sia riformata.

Se l'annullamento con rinvio al Giudice di primo grado costituisce una deroga a questa regola generale, è anche vero che il codice del 2010, ancor più della l. Tar del 1971, ha fatto riferimento a "categorie generali" - come ad esempio proprio la lesione del diritto di difesa - che possono prestarsi ad un'interpretazione più ampia, rispetto al passato.

Il Collegio non ignora come, all'indomani della l. Tar, in giurisprudenza si fossero manifestati pareri divergenti sull'ipotesi nella quale il giudice di primo grado avesse erroneamente dichiarato, con una sentenza di rito, l'irricevibilità del ricorso: mentre alcune tesi rimanevano nel solco della tesi tradizionale per la quale il giudice di primo grado comunque aveva consumato la propria giurisdizione, con la pronuncia di irricevibilità, sicché la controversia non doveva più tornare a lui; altre si erano orientate diversamente, ritenendo che l'irricevibilità (al pari dell'inammissibilità e della improcedibilità) dichiarata erroneamente integrasse il "difetto di procedura" di cui parlava l'allora art. 35 della l. Tar per giustificare l'annullamento con rinvio. Neppure ignora il Collegio, naturalmente, come, rimessa la questione all'Adunanza plenaria, fu accolta la prima delle due tesi, ritenendo che il giudice di secondo grado, accertata l'erronea declaratoria in rito, dovesse trattenere la controversia e deciderla nel merito (C.d.S., Ad. plen., n. 18/1978).

5.3. Tuttavia, come si è già anticipato, lo spazio che il codice del 2010 ha riservato ai casi di (annullamento con) rinvio al giudice di primo grado è più ampio rispetto al passato: tanto emerge dal confronto del nuovo art. 105 c.p.a. con il vecchio art. 35 l. Tar, e di questa maggiore ampiezza si va acquisendo consapevolezza in giurisprudenza, come testimoniano alcune pronunce più recenti che, ad esempio, riconducono alla violazione del diritto di difesa l'ipotesi in cui vi sia stata "totale omessa pronuncia" (v. C.d.S., IV, n. 3809/2017).

5.4. Come anche si va chiarendo, in dottrina, che l'art. 105 c.p.a. ha portata diversa e più ampia degli art. 353 e 354 c.p.c., che regolano l'annullamento con rinvio della sentenza di primo grado da parte del giudice d'appello nel processo civile; con la conseguenza che le soluzioni accolte nella giurisprudenza civile non esauriscono le possibilità di annullamento con rinvio nel processo amministrativo.

Tanto più che, a differenza del processo civile, in quello amministrativo il processo si articola davanti a due soli organi giudiziari, il Tar e il Consiglio di Stato, essendo limitato il giudizio di Cassazione ai soli motivi inerenti la giurisdizione.

5.5. L'individuazione di uno spazio per la giurisprudenza amministrativa più ampio di quello ricavabile dagli indirizzi sul processo nella giurisprudenza civile trova conferma, in una prospettiva di sistema, anche nella recente riforma del processo contabile, con l'adozione del relativo codice di cui al d.lgs. 174/2016, come documenta l'art. 199 di tale codice, il cui comma 2 dispone che "quando senza conoscere del merito del giudizio, il giudice di primo grado ha definito il processo decidendo soltanto altre questioni pregiudiziali o preliminari, su queste esclusivamente si pronuncia il giudice dell'appello. In caso di accoglimento del gravame proposto, rimette gli atti al primo giudice per la prosecuzione del giudizio sul merito e la pronuncia anche sulle spese del grado d'appello".

5.6. Tutto questo conduce il Collegio a ritenere che l'erronea declaratoria di tardività della domanda risarcitoria, tradottasi in una omessa pronuncia nel merito della causa, il cui oggetto coincideva per intero con detta domanda, sia sussumibile nella categoria della lesione del diritto di difesa e imponga la rimessione della causa al giudice di primo grado, ai sensi e nei termini di cui all'art. 105 c.p.a.

6. In conclusione, per le ragioni evidenziate, il ricorso è fondato e va accolto quanto alla contestata declaratoria di irricevibilità dell'azione risarcitoria, conseguendone l'annullamento della sentenza con rimessione della causa al giudice di primo grado, affinché la decida nel merito, in diversa composizione.

7. La novità e la peculiarità delle questioni di diritto, la natura in rito della decisione, sono tutti elementi che giustificano nell'insieme la compensazione delle spese tra le parti, fatto salvo il contributo unificato, di cui va disposta per legge la rifusione in favore di parte appellante, in relazione al presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando sull'appello, lo accoglie nei termini e nei limiti di cui in motivazione e, per l'effetto, annulla la sentenza impugnata rimettendo la causa al Giudice di primo grado, affinché la decida nel merito, con diversa composizione del collegio.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

G. Ferrari (cur.)

Codice civile e leggi complementari

Hoepli, 2018

G. Ferrari (cur.)

Codice penale e leggi complementari

Hoepli, 2018

A. Pisaneschi

Diritto costituzionale

Giappichelli, 2018

P. Caretti

Costituzione italiana
Articolo 8


Carocci, 2017