Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia
Lecce, Sezione II
Sentenza 16 ottobre 2019, n. 1602

Presidente: Di Santo - Estensore: Palmieri

FATTO E DIRITTO

1. I ricorrenti Z. e P. - in qualità, rispettivamente, di Presidente dell'Associazione "Last Generation", e di proprietaria del suolo su cui insiste la struttura sportiva in esame - hanno proposto l'odierno ricorso per il ristoro del risarcimento del danno da loro subito in conseguenza della tardiva adozione del provvedimento di autorizzazione al mantenimento degli spogliatoi e dei servizi igienici funzionali ai campi di calcetto di loro proprietà.

A tal fine essi hanno esposto che:

- con p.d.c. n. 1/06 il ricorrente Z. è stato autorizzato alla costruzione di un impianto sportivo composto da due campi di calcetto per attività amatoriali, con annessi spogliatoi e servizi tecnici/igienici, da realizzarsi con struttura modulare rimuovibile prefabbricata;

- il suddetto titolo prevedeva la prescrizione di temporaneità (anni uno) dell'autorizzazione al mantenimento dei locali spogliatoi e servizi tecnici, aggiungendo che "... allo scadere dell'autorizzazione... (il ricorrente, n.d.a.) dovrà provvedere alla rimozione entro i successivi 30 giorni; decorso inutilmente detto termine vi provvederà l'Amministrazione addebitandone le relative spese all'interessato";

- le strutture destinate a spogliatoi e servizi igienici sono state successivamente ampliate in virtù di p.d.c. n. 17/07, contenente le medesime prescrizioni di temporaneità sopra illustrate;

- successivamente, le suddette autorizzazioni sono state volturate in favore dell'Associazione sportiva "Last Generation", di cui era Presidente la ricorrente P.;

- sin dal rilascio del p.d.c. n. 17/07 i ricorrenti hanno chiesto e ottenuto annualmente il rinnovo dell'autorizzazione al mantenimento degli spogliatoi e dei servizi tecnici/igienici;

- solo in occasione della presentazione dell'istanza del 21 febbraio 2017 (e pertanto dopo dieci anni di ininterrotti rinnovi del titolo autorizzatorio) il Comune avrebbe mantenuto un comportamento ondivago, rimanendo a lungo inerte, e quindi facendo decorrere inutilmente il termine di 30 giorni prescritto in sede di rilascio del p.d.c.;

- visto il ritardo, il ricorrente Z., con nota 23 maggio 2017, ha sollecitato il Comune al rilascio dell'autorizzazione;

- con nota 26 ottobre 2017 il Comune ha comunicato un preavviso di diniego;

- nelle more, essendo l'associazione ricorrente "... stata diffidata informalmente dallo stesso Responsabile SUAP a rimuovere i manufatti..." (cfr. ricorso, p. 4), vi ha provveduto;

- successivamente, con istanza 20 gennaio 2018, la ricorrente P. ha diffidato ulteriormente l'Amministrazione a concludere il procedimento;

- con nota 13 febbraio 2018 il Responsabile SUAP ha comunicato che l'istruttoria si era conclusa favorevolmente, e con provvedimento n. 9/18 del 5 giugno 2018 ha provveduto al rilascio del titolo autorizzatorio;

- avendo già rimosso la struttura nel 2017 in virtù della "diffida informale" del Comune (cfr. ricorso, p. 4), i ricorrenti hanno dunque instato per il risarcimento dei danni da loro subiti in virtù del ritardo nel rilascio del titolo autorizzatorio, chiedendo pertanto la condanna del Comune di Cellino S. Marco al relativo risarcimento, quantificato in euro 3.452,75 a titolo di danno emergente conseguente allo smontaggio delle strutture, e in euro 100.000 a titolo di danno all'immagine.

Costituitosi in giudizio, il Comune di Cellino S. Marco ha chiesto il rigetto del ricorso, con vittoria delle spese di lite.

All'udienza del 26 settembre 2019 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

2. Il ricorso è infondato.

2.2. Premette anzitutto il Collegio che, per condivisa giurisprudenza amministrativa, "Anche se l'art. 2-bis l. 7 agosto 1990, n. 241 rafforza la tutela risarcitoria del privato nei confronti dei ritardi delle Pubbliche amministrazioni, stabilendo che esse sono tenute al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell'inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento, la domanda deve essere comunque ricondotta nell'alveo dell'art. 2043 c.c., per l'identificazione degli elementi costitutivi della responsabilità; di conseguenza l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo o al silenzio nell'adozione del provvedimento amministrativo, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda e, in particolare, sia dei presupposti di carattere oggettivo (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale), sia di quello di carattere soggettivo (dolo o colpa del danneggiante)" (C.d.S., V, 9 marzo 2015, n. 1182).

In particolare, in punto di condotta del danneggiato nella causazione del danno, si è condivisibilmente chiarito che: "Anche in tema di danno da ritardo è necessario valutare il comportamento dell'Amministrazione unitamente alla condotta dell'istante, il quale riveste il ruolo di parte essenziale e attiva del procedimento e in tale veste dispone di poteri idonei a incidere sulla tempistica e sull'esito del procedimento stesso, attraverso il ricorso ai rimedi amministrativi e giurisdizionali riconosciutigli dall'ordinamento giuridico, tra cui il rito del silenzio che deve essere attivato con tempestività rilevando, in difetto, come comportamento causalmente orientato ai sensi dell'art. 1227 c.c. (art. 30 c.p.a.) in ordine all'accertamento della spettanza del risarcimento nonché alla quantificazione del danno risarcibile" (T.A.R. Liguria, II, 8 gennaio 2016, n. 4. Cfr., altresì, per un esame approfondito della tematica del concorso di colpa del danneggiato nella causazione del danno, C.d.S., Ad. plen., n. 3/2011).

In uno al fatto ingiusto e alla colpa (di apparato) dell'Amministrazione, occorre infine che il danneggiato fornisca prova del danno subito: danno che deve essere effettivo e reale (ancorché futuro, qualora vi sia una ragionevole chance di conseguimento), e non, invece, meramente astratto e/o potenziale, ovvero, addirittura, sperato.

3. Ciò premesso, e venendo ora al caso di specie, emerge dalla narrazione dei fatti esposta dai ricorrenti che, a seguito dell'istanza 21 dicembre 2017, volta al rinnovo dell'autorizzazione al mantenimento degli spogliatoi e servizi tecnici/igienici, il Comune si è mostrato inerte.

Orbene, in presenza di tale inerzia da parte del civico ente, incombeva sui ricorrenti, ai sensi degli artt. 30 c.p.a. e 1227 c.c., proporre ricorso avverso il silenzio (artt. 31-117 c.p.a.), trattandosi di rimedio snello, non implicante costi eccessivi, e dunque giuridicamente esigibile.

In tal senso i ricorrenti non hanno operato, sicché è evidente, sotto tale profilo, la loro esclusiva responsabilità nella produzione dell'asserito danno.

4. Né ciò basta.

Avendo proposto in termini istanza di rinnovo del suddetto titolo autorizzatorio, i ricorrenti erano per ciò solo legittimati al mantenimento delle strutture sin quando il Comune non si fosse pronunciato, non potendo certamente la durata del relativo procedimento andare a loro detrimento. Il tutto senza sottacere che essi si erano visti rinnovare ininterrottamente il titolo autorizzatorio per circa un decennio (e segnatamente, dal 2007 al 2016), sicché in assenza di qualsivoglia mutamento del quadro fattuale e normativo di riferimento (mutamento in alcun modo emergente dagli atti di causa), essi potevano senz'altro vantare una ragionevole aspettativa di mantenimento delle strutture in questione anche nell'anno 2017.

Invece, con condotta che si colloca al di fuori di qualsivoglia schema giuridico, i ricorrenti hanno smontato la struttura in pendenza del procedimento volto al rilascio del titolo autorizzatorio - nonostante, si ribadisce, essi avessero pieno titolo a mantenerla sino alla conclusione dello stesso - e ciò hanno fatto non già in virtù di un atto tipico e nominato da parte dell'Amministrazione, ma in quanto "diffidati informalmente" (cfr. ricorso, p. 4) da quest'ultima.

In sostanza, un non-atto da parte della p.a. (tale dovendosi qualificare una "diffida informale"), e in particolare una condotta che si colloca nella sfera del giuridicamente inesistente - in quanto posta in essere in violazione del basilare principio di legalità, che porta la p.a. ad agire solo con atti tipici e nominati - ha costituito la causa esclusiva dello smontaggio delle strutture da parte dei ricorrenti. Ricorrenti che invece, nel decennio precedente, si erano visti puntualmente assentire il rilascio del suddetto titolo autorizzatorio.

È evidente, allora, che i ricorrenti non potranno che imputare a sé stessi l'asserito danno da loro subito, avendo smontato la struttura in esame in assenza di qualsivoglia presupposto logico, prima ancora che giuridico.

5. In definitiva, e concludendo sul punto:

a) la mancata attivazione del rimedio del silenzio avverso l'inerzia del Comune, nonché

b) la scelta di smontaggio della struttura in pendenza del procedimento volto al rilascio del titolo autorizzatorio, e in assenza di qualsivoglia atto tipico e nominato da parte dell'Amministrazione, la quale nel decennio precedente aveva sempre provveduto al rinnovo del chiesto titolo,

costituiscono elementi che depongono nel senso della responsabilità esclusiva dei ricorrenti nella causazione del danno in esame.

Per tali ragioni, va escluso il chiesto passaggio di riparazione ad equivalente monetario.

6. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso è infondato.

Ne consegue il suo rigetto.

7. Sussistono giusti motivi, legati alla natura delle questioni trattate, per la compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Compensa le spese di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

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