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Lavoro: la normativa italiana sul computo dell'anzianità di servizio dei docenti stabilizzati non contrasta, in linea di principio, col diritto UE

La clausola 4 dell'Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, dev'essere interpretata nel senso che essa non osta, in linea di principio, a una normativa nazionale (come quella italiana) la quale, ai fini dell'inquadramento di un lavoratore in una categoria retributiva al momento della sua assunzione in base ai titoli come dipendente pubblico di ruolo, tenga conto dei periodi di servizio prestati nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato in misura integrale fino al quarto anno e poi, oltre tale limite, parzialmente, a concorrenza dei due terzi (questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Trento).

Corte di giustizia UE, sesta sezione, 20 settembre 2018

Mandato d'arresto europeo: l'annunciata Brexit non pregiudica l'esecuzione dei mandati emessi dal Regno Unito

L'art. 50 TUE dev'essere interpretato nel senso che la mera notifica da parte di uno Stato membro della propria intenzione di recedere dall'Unione europea ai sensi di tale articolo non comporta che, in caso di emissione da parte di tale Stato membro di un mandato d'arresto europeo nei confronti di una persona, lo Stato membro di esecuzione debba rifiutare di eseguire il mandato d'arresto europeo o rinviarne l'esecuzione in attesa che venga chiarito il regime giuridico che sarà applicabile nello Stato membro emittente dopo il suo recesso dall'Unione europea. In mancanza di ragioni serie e comprovate di ritenere che la persona oggetto di tale mandato d'arresto europeo rischi di essere privata dei diritti riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e dalla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d'arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI del Consiglio, del 26 febbraio 2009, a seguito del recesso dall'Unione europea da parte dello Stato membro emittente, lo Stato membro di esecuzione non può rifiutare l'esecuzione del medesimo mandato d'arresto europeo fintanto che lo Stato membro emittente faccia parte dell'Unione europea.

Corte di giustizia UE, prima sezione, 19 settembre 2018

Cooperazione giudiziaria penale: l'applicazione di una misura di custodia cautelare non può equivalere a una dichiarazione di colpevolezza

Gli artt. 3 e 4, § 1, della direttiva (UE) 2016/343 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano all'adozione di decisioni preliminari di natura procedurale, come una decisione di mantenere una misura di custodia cautelare adottata da un'autorità giudiziaria, fondate sul sospetto o su indizi di reità, purché tali decisioni non presentino la persona detenuta come colpevole. Invece, tale direttiva non disciplina le condizioni in cui possono essere adottate le decisioni di custodia cautelare.

Corte di giustizia UE, prima sezione, 19 settembre 2018

Cooperazione giudiziaria civile: un'importante pronuncia della Corte di giustizia UE in tema di sottrazione internazionale di minori

La Corte di giustizia UE ha dichiarato che: 1) le disposizioni generali del capo III del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, devono essere interpretate nel senso che, nel caso in cui si affermi che dei minori sono stati trasferiti illecitamente, la decisione di un giudice dello Stato membro in cui i minori avevano la loro residenza abituale, che disponga il rientro di tali minori, e consegua a una decisione sulla responsabilità genitoriale, può essere dichiarata esecutiva nello Stato membro ospitante conformemente a tali disposizioni generali; 2) l'art. 33, § 1, del regolamento n. 2201/2003, letto alla luce dell'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, dev'essere interpretato nel senso che esso osta all'esecuzione della decisione di un giudice di uno Stato membro che dispone il collocamento sotto tutela e il rientro di minori ed è dichiarata esecutiva nello Stato membro richiesto prima che si sia proceduto alla notifica della dichiarazione di esecutività di tale decisione ai genitori interessati. L'art. 33, § 5, del regolamento n. 2201/2003 dev'essere interpretato nel senso che il termine per presentare opposizione previsto in tale disposizione non può essere prorogato dal giudice adito; 3) il regolamento n. 2201/2003 dev'essere interpretato nel senso che non osta a che il giudice di uno Stato membro adotti misure cautelari nella forma di un'ingiunzione nei confronti di un organismo pubblico di un altro Stato membro, che vietino a tale organismo di intraprendere o continuare, dinanzi ai giudici di quest'altro Stato membro, un procedimento di adozione di minori che vi soggiornano.

Corte di giustizia UE, prima sezione, 19 settembre 2018

Tutela dei consumatori: la normativa spagnola che vieta al giudice dell'esecuzione ipotecaria di verificare l'esistenza di pratiche commerciali sleali non contrasta col diritto UE

L'art. 11 della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, dev'essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale (come quella spagnola) che: a) vieta al giudice del procedimento di esecuzione ipotecaria di controllare, d'ufficio o su istanza di parte, la validità del titolo esecutivo sotto il profilo dell'esistenza di pratiche commerciali sleali e che, in ogni caso, vieta al giudice competente a deliberare nel merito sull'esistenza di tali pratiche di adottare provvedimenti provvisori, come la sospensione del procedimento di esecuzione ipotecaria; b) non conferisce carattere giuridicamente vincolante a un codice di condotta come quelli indicati all'art. 10 di tale direttiva (nella specie, un codice di buone pratiche bancarie).

Corte di giustizia UE, quinta sezione, 19 settembre 2018

Lavoro: le lavoratrici gestanti, puerpere o allattanti che effettuano un lavoro a turni svolto parzialmente in orario notturno devono ritenersi svolgere un lavoro notturno e godono della tutela specifica contro i rischi di tale lavoro

La Corte di giustizia UE ha dichiarato che: 1) l'art. 7 della direttiva 92/85/CEE del Consiglio, del 19 ottobre 1992, concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, dev'essere interpretato nel senso che si applica a una situazione in cui la lavoratrice interessata svolge un lavoro a turni nell'ambito del quale compie una parte soltanto delle proprie mansioni in ore notturne; 2) l'art. 19, § 1, della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (rifusione), dev'essere interpretato nel senso che si applica a una situazione in cui una lavoratrice, alla quale sia stato negato il rilascio del certificato medico attestante l'esistenza di un rischio per l'allattamento associato al suo posto di lavoro e, di conseguenza, l'indennità per rischio durante l'allattamento, contesti, dinanzi ad un organo giurisdizionale nazionale o dinanzi a qualsiasi altro organo competente dello Stato membro interessato, la valutazione dei rischi associati al suo posto di lavoro, laddove detta lavoratrice esponga fatti tali da suggerire che questa valutazione non ha incluso un esame specifico che tenesse conto della sua situazione individuale, permettendo quindi di presumere che vi sia stata una discriminazione diretta fondata sul sesso ai sensi della direttiva 2006/54. Incombe allora alla parte convenuta dimostrare che tale valutazione dei rischi comprendeva effettivamente un simile esame concreto e che, pertanto, non vi è stata violazione del principio di non discriminazione.

Corte di giustizia UE, quinta sezione, 19 settembre 2018

Farmacie: è legittima l'istituzione di una farmacia in deroga al criterio demografico per garantire un adeguato servizio alle persone più anziane

È legittimo il provvedimento della Giunta comunale che istituisce una farmacia in deroga al criterio demografico, al fine di soddisfare le comprovate esigenze specifiche di una parte della popolazione locale (v. anche C.d.S., sez. III, sent. n. 4231/2018, e T.A.R. Emilia-Romagna, sez. II, sent. n. 657/2018, entrambe in questa Rivista).

TAR Lombardia, Brescia, sezione I, 10 settembre 2018, n. 855

Processo amministrativo: la translatio iudicii non rimette nei termini il ricorrente decaduto dall'azione risarcitoria

Ai sensi dell'art. 11, comma 2, c.p.a., nell'ipotesi di translatio iudicii restano ferme le preclusioni e le decadenze già intervenute. È, pertanto, irricevibile il ricorso col quale, a seguito di declinatoria della giurisdizione da parte del giudice civile, si riproponga una domanda risarcitoria che era stata formulata dinanzi a quel giudice oltre il termine decadenziale di centoventi giorni stabilito dall'art. 30 c.p.a.

TAR Calabria, sezione I, 8 settembre 2018, n. 1565

Appalti pubblici: le imprese le cui offerte siano imputabili a un unico centro decisionale vanno escluse dalla gara

In materia di procedure per l'affidamento di contratti pubblici, ai sensi dell'art. 80, comma 5, lett. m), del d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50 («Codice dei contratti pubblici»), le imprese le cui offerte risultino, sulla base di elementi di fatto univoci, imputabili a un unico centro decisionale, pur in assenza di una situazione di controllo ex art. 2359 c.c., devono essere escluse dalla gara.

TAR Sicilia, sezione II, 6 settembre 2018, n. 1910

Inquinamento acustico: i chiarimenti del TAR Piemonte sulla nozione di "area urbanizzata" ai fini del divieto di accostamenti critici nella zonizzazione acustica del territorio

In tema di zonizzazione acustica del territorio, il divieto di accostamenti critici non opera nel caso di confrontanza di un'area con un'altra che, pur essendo già caratterizzata dal punto di vista urbanistico, abbia tuttavia un carico antropico esiguo, se non nullo, tale da consentire, in concreto, l'inserimento di una o due fasce "cuscinetto" con valori-limite di immissione più elevati, all'interno delle quali non risiede o non lavora una popolazione che possa risentirne.

TAR Piemonte, sezione I, 1° settembre 2018, n. 981

Telecomunicazioni: legittima la sanzione irrogata dall'Agcom alla Rai per la bestemmia pronunciata dal conduttore di «Uno mattina in famiglia»

È legittimo il provvedimento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (delibera 25 giugno 2015, n. 113/15/CSP) che irroga alla RAI - Radiotelevisione Italiana s.p.a. una sanzione pecuniaria per aver trasmesso, nel corso del programma «Uno mattina in famiglia» (Rai Uno) del 18 ottobre 2014, un filmato in cui il conduttore pronunciava «una espressione irriverente nei confronti della Madonna».

TAR Lazio, sezione III, 21 agosto 2018, n. 9009

Omesso o tardivo recepimento di direttive europee: niente risarcimento del danno se manca la prova del nesso eziologico

L'omessa o tardiva trasposizione di una direttiva europea da parte del legislatore italiano costituisce violazione di un'obbligazione dello Stato ex art. 1173 c.c., onde valgono le regole di risarcibilità del danno inteso come conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento, ai sensi dell'art. 1223 c.c., e l'ordinario termine decennale di prescrizione. La condotta dello Stato inadempiente dà luogo a un credito di valore avente natura indennitaria per attività non antigiuridica, essendo tale condotta qualificabile come antigiuridica nell'ordinamento comunitario, ma non anche in quello interno. È onere dell'attore fornire la prova del nesso eziologico tra l'inadempienza dello Stato e il danno subìto, secondo un criterio di causalità adeguata sotto il profilo della normale idoneità del fatto a produrre il danno lamentato, con esclusione di rischi generici ovvero di cause astratte o ipotetiche.

Corte di cassazione, sezione III civile, 21 giugno 2018, n. 16321

Contratti bancari: un'importante pronuncia delle Sezioni unite civili sulla rilevanza della commissione di massimo scoperto ai fini del superamento del tasso-soglia dell'usura presunta

Con riferimento ai rapporti svoltisi, in tutto o in parte, nel periodo anteriore all'entrata in vigore dell'art. 2-bis del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 («Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale»), inserito dalla legge di conversione 28 gennaio 2009, n. 2, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell'usura presunta come determinato in base alla l. 7 marzo 1996, n. 108 («Disposizioni in materia di usura»), va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d'interesse praticato in concreto e della commissione di massimo scoperto (CMS) eventualmente applicata - intesa quale commissione calcolata in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento - rispettivamente con il tasso soglia e con la "CMS soglia", calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei decreti ministeriali emanati ai sensi dell'art. 2, comma 1, della predetta l. n. 108, compensandosi, poi, l'importo dell'eventuale eccedenza della CMS in concreto praticata, rispetto a quello della CMS rientrante nella soglia, con il "margine" degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l'importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati.

Corte di cassazione, sezioni unite civili, 20 giugno 2018, n. 16303

Processo civile: la parte negligente non può produrre documenti nuovi nel giudizio d'appello

Ai sensi dell'art. 345, comma 3, c.p.c., come novellato dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83 («Misure urgenti per la crescita del Paese»), convertito, con modificazioni, dalla l. 7 agosto 2012, n. 134, nel giudizio d'appello «[n]on sono ammessi i nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile», ossia del tutto estranea alla sua sfera di controllo; sicché non possono ammettersi documenti la cui mancata produzione sia dovuta a negligenza della parte interessata.

Corte di cassazione, sezione III civile, 15 giugno 2018, n. 15762

Lavoro: il lavoro subordinato si differenzia da quello autonomo per il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro

Ciò che essenzialmente differenzia il lavoro subordinato da quello autonomo è l'esistenza, nel primo, di un vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, da accertarsi sulla sola base delle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, a prescindere dal nomen iuris eventualmente utilizzato dalle parti. In tale prospettiva, indici di subordinazione sono l'inserimento del lavoratore nell'organizzazione aziendale; l'orario di lavoro fisso e continuativo; la retribuzione fissa mensile in rapporto sinallagmatico con la prestazione; la continuità di quest'ultima in funzione delle esigenze aziendali.

Corte di cassazione, sezione lavoro, 14 giugno 2018, n. 15631

Tutela dei consumatori: la vendita di carte SIM sulle quali sono stati preattivati servizi a pagamento senza che l'acquirente ne sia stato informato costituisce una pratica commerciale aggressiva e, perciò, sleale

La Corte di giustizia UE ha dichiarato che: 1) la nozione di «fornitura non richiesta», ai sensi dell'allegato I, punto 29, della direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), dev'essere interpretata nel senso che essa ricomprende condotte consistenti nella commercializzazione, da parte di un operatore di telecomunicazioni, di carte SIM (Subscriber Identity Module, modulo d'identità dell'abbonato) sulle quali sono preimpostati e preattivati determinati servizi, quali la navigazione internet e la segreteria telefonica, senza che il consumatore sia stato previamente ed adeguatamente informato né di tale preimpostazione e preattivazione né dei costi di tali servizi; 2) l'art. 3, § 4, della direttiva 2005/29 dev'essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale (come quella italiana) in virtù della quale una condotta che costituisce una fornitura non richiesta, ai sensi dell'allegato I, punto 29, della direttiva 2005/29, dev'essere valutata alla luce delle disposizioni di tale direttiva, con la conseguenza che, secondo tale normativa, l'autorità nazionale di regolamentazione, ai sensi della direttiva 2002/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva quadro), come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009, non è competente a sanzionare una siffatta condotta (questioni pregiudiziali sollevate dal Consiglio di Stato).

Corte di giustizia UE, seconda sezione, 13 settembre 2018

Mercati finanziari: la Banca d'Italia può, a certe condizioni, divulgare informazioni riservate a chi le richieda per avviare un procedimento civile o commerciale a tutela di interessi patrimoniali dopo la l.c.a. di un ente creditizio

L'art. 53, § 1, della direttiva 2013/36/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, sull'accesso all'attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, che modifica la direttiva 2002/87/CE e abroga le direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE, dev'essere interpretato nel senso che esso non osta a che le autorità competenti degli Stati membri divulghino informazioni riservate a una persona che ne faccia richiesta per poter avviare un procedimento civile o commerciale volto alla tutela di interessi patrimoniali che sarebbero stati lesi a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di un ente creditizio. Tuttavia, la domanda di divulgazione deve riguardare informazioni in merito alle quali il richiedente fornisca indizi precisi e concordanti che lascino plausibilmente supporre che esse risultino pertinenti ai fini di un procedimento civile o commerciale, il cui oggetto dev'essere concretamente individuato dal richiedente e al di fuori del quale le informazioni di cui trattasi non possono essere utilizzate. Spetta alle autorità e ai giudici competenti effettuare un bilanciamento tra l'interesse del richiedente a disporre delle informazioni di cui trattasi e gli interessi legati al mantenimento della riservatezza delle informazioni coperte dall'obbligo del segreto professionale, prima di procedere alla divulgazione di ciascuna delle informazioni riservate richieste (questione pregiudiziale sollevata dal Consiglio di Stato) (v. anche CGUE, quinta sezione, sentenza 13 settembre 2018, causa C-358/16, in questa Rivista).

Corte di giustizia UE, quinta sezione, 13 settembre 2018

Protezione internazionale: per stabilire se il richiedente la protezione sussidiaria abbia commesso un «reato grave», che lo esclude dal beneficio, non si può considerare la sola pena stabilita dal diritto dello Stato membro interessato

L'art. 17, § 1, lett. b), della direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, recante norme sull'attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, dev'essere interpretato nel senso che esso osta a una legislazione di uno Stato membro (come quella ungherese) in forza della quale si considera che il richiedente protezione sussidiaria abbia «commesso un reato grave» ai sensi di tale disposizione, il quale può escluderlo dal beneficio di tale protezione, sulla sola base della pena prevista per un determinato reato ai sensi del diritto di tale Stato membro.

Corte di giustizia UE, seconda sezione, 13 settembre 2018

Transazioni commerciali: il creditore che chiede il rimborso delle spese derivanti dai solleciti di pagamento inviati al debitore ha diritto a un risarcimento ragionevole per la somma eccedente l'importo forfettario di 40,00 euro

L'art. 6 della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, dev'essere interpretato nel senso che riconosce al creditore, che chiede il risarcimento delle spese derivanti dai solleciti inviati al debitore a causa del ritardo di pagamento di quest'ultimo, il diritto di ottenere, a tale titolo, oltre all'importo forfettario di Euro 40 previsto al § 1 del suddetto articolo, un risarcimento ragionevole, ai sensi del § 3 dello stesso articolo, per la parte di tali spese che eccede tale importo forfettario.

Corte di giustizia UE, nona sezione, 13 settembre 2018

Mercati finanziari: le autorità nazionali di vigilanza devono fornire le informazioni coperte dal segreto professionale che siano necessarie per garantire i diritti della difesa o per il loro utilizzo in un procedimento civile o commerciale

L'art. 54 della direttiva 2004/39/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, che modifica le direttive 85/611/CEE e 93/6/CEE del Consiglio e la direttiva 2000/12/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 93/22/CEE del Consiglio, dev'essere interpretato nel senso che: a) l'espressione «casi contemplati dal diritto penale», di cui ai §§ 1 e 3 di tale articolo, non riguarda la situazione in cui le autorità designate dagli Stati membri per esercitare le funzioni previste da tale direttiva adottano una misura - come quella di cui al procedimento principale, che vieta ad una persona di esercitare presso un'impresa vigilata la funzione di amministratore o un'altra funzione il cui esercizio è soggetto ad autorizzazione, con ordine di dimettersi dai suoi incarichi al più presto, poiché tale persona non soddisfa più i requisiti di onorabilità professionale di cui all'articolo 9 di detta direttiva - che rientra tra le misure che le autorità competenti devono adottare nell'esercizio delle competenze di cui dispongono ai sensi delle disposizioni del titolo II della medesima direttiva. Infatti, tale disposizione, nel prevedere che l'obbligo del segreto professionale possa, in via eccezionale, essere escluso in tali casi, fa riferimento alla trasmissione o all'utilizzo di informazioni riservate ai fini delle azioni penali nonché delle sanzioni rispettivamente condotte o inflitte ai sensi del diritto penale nazionale; b) l'obbligo di segreto professionale di cui al § 1 di tale articolo, letto in combinato disposto con gli artt. 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, deve essere garantito e attuato in modo da conciliarlo con il rispetto dei diritti della difesa. Pertanto, spetta al giudice nazionale competente, qualora un'autorità competente deduca tale obbligo per rifiutare la comunicazione delle informazioni in suo possesso che non sono incluse nel fascicolo riguardante il soggetto interessato da un atto che gli arreca pregiudizio, verificare se tali informazioni siano oggettivamente connesse alle accuse mosse nei suoi confronti e, in caso affermativo, trovare un equilibrio tra l'interesse del soggetto di cui si tratta ad ottenere le informazioni necessarie per essere in grado di esercitare pienamente i diritti di difesa e gli interessi a mantenere la riservatezza di informazioni soggette all'obbligo del segreto professionale, prima di decidere in merito alla comunicazione di ciascuna delle informazioni richieste.

Corte di giustizia UE, quinta sezione, 13 settembre 2018
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A. Costantini

Le concessioni di lavori
e di servizi nel Codice
dei contratti pubblici


Maggioli, 2018

M. Di Pirro (cur.)

Codice civile operativo
Annotato con dottrina
e giurisprudenza


Simone, 2018

L. Ciafardini e altri (curr.)

Codice penale operativo
Annotato con dottrina
e giurisprudenza


Simone, 2018

F. Fabbrini

Introduzione al diritto dell'Unione europea

Il Mulino, 2018