Lavoro: per l'esercizio del potere disciplinare non occorre attendere che la condanna penale del lavoratore sia passata in giudicato

Qualora sia trascorso un notevole lasso di tempo tra la condotta contestata al lavoratore e l'esercizio del potere disciplinare da parte del datore di lavoro, la tempestività di tale esercizio dev'essere valutata in relazione al tempo necessario per acquisire conoscenza della riferibilità del fatto, nelle sue linee essenziali, al lavoratore medesimo. La relativa prova è a carico del datore di lavoro, senza che possa assumere rilievo la denunzia dei fatti in sede penale o la pendenza stessa del procedimento penale, atteso che il procedimento disciplinare è autonomo (sicché l'irrilevanza penale del fatto non ne comporta necessariamente anche quella disciplinare) e ad esso non si applica il principio di non colpevolezza ex art. 27 Cost., il quale si riferisce soltanto al potere punitivo pubblico.

Corte di cassazione, sezione lavoro, 4 ottobre 2017, n. 23177

Fisco: spetta all'Amministrazione finanziaria provare che i prelievi bancari ingiustificatamente effettuati dal lavoratore autonomo costituiscono ricavi "in nero"

A seguito della sentenza della Corte costituzionale 24 settembre 2014, n. 228, che ha dichiarato parzialmente illegittimo l'art. 32, comma 1, n. 2), secondo periodo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 («Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi»), come modificato dall'art. 1, comma 402, lett. a), n. 1), della l. 30 dicembre 2004, n. 311 («Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2005»), è venuta meno la presunzione, stabilita dal predetto articolo, di imputazione dei prelevamenti operati sui conti correnti bancari ai ricavi conseguiti nella propria attività dal lavoratore autonomo o dal professionista intellettuale; onde grava sull'Amministrazione finanziaria l'onere di provare che i prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario, e non annotati nelle scritture contabili, siano stati utilizzati dal libero professionista per acquisti inerenti alla produzione del reddito, conseguendone dei ricavi.

Corte di cassazione, sezione tributaria, 4 ottobre 2017, n. 23162

Gratuito patrocinio: la Corte costituzionale invita il legislatore a rivedere i parametri economici per la concessione del beneficio

Nel dichiarare inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 76, comma 2, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 [«Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)»], sollevata dal Tribunale di Verona in riferimento agli artt. 2, 3, 24 e 31, primo comma, Cost., la Consulta ha rimarcato «l'esigenza di un intervento normativo volto a sanare l'evidente inadeguatezza dell'attuale disciplina, dando la dovuta rilevanza agli elementi idonei ad incidere sul livello reddituale richiesto per l'ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato».

Corte costituzionale, 20 ottobre 2017, n. 219

Ambiente: è incostituzionale la legge della Regione Veneto che esclude dalla procedura di verifica di assoggettabilità a VIA le strade extraurbane secondarie di dimensioni pari o inferiori a 5 km

È incostituzionale (a far tempo dal 31 luglio 2007) - per violazione dell'art. 117, secondo comma, lett. s), Cost. - la legge della Regione Veneto (n. 10/1999) che esclude dalla procedura di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale le strade extraurbane secondarie di dimensioni pari o inferiori a 5 km.

Corte costituzionale, 20 ottobre 2017, n. 218

Diritto amministrativo: anche se adottato tardivamente, l'ordine di demolizione di un immobile abusivo non necessita di essere motivato in ordine alle ragioni di pubblico interesse

Il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo e giammai assistito da alcun titolo, per la sua natura vincolata e rigidamente ancorata al ricorrere dei relativi presupposti in fatto e in diritto, non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse (diverse da quelle inerenti al ripristino della legittimità violata) che impongono la rimozione dell'abuso; e ciò, neanche nell'ipotesi in cui l'ingiunzione di demolizione intervenga a distanza di tempo dalla realizzazione dell'abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell'abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi dell'onere di ripristino.

Consiglio di Stato, adunanza plenaria, 17 ottobre 2017, n. 9

Diritto amministrativo: l'annullamento d'ufficio di una concessione edilizia in sanatoria può essere disposto anche a notevole distanza di tempo dal provvedimento annullato, ma dev'essere adeguatamente motivato

Nella vigenza dell'art. 21-nonies della l. 7 agosto 1990, n. 241 («Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi») - introdotto dalla l. 11 febbraio 2005, n. 15 («Modifiche ed integrazioni alla legge 7 agosto 1990, n. 241, concernenti norme generali sull'azione amministrativa») - l'annullamento d'ufficio di un titolo edilizio in sanatoria, intervenuto ad una distanza temporale considerevole dal provvedimento annullato, deve essere motivato in relazione alla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale all'adozione dell'atto di ritiro, anche tenuto conto degli interessi dei privati destinatari del provvedimento sfavorevole. In tali ipotesi, tuttavia, deve ritenersi: a) che il mero decorso del tempo, di per sé solo, non consumi il potere di adozione dell'annullamento d'ufficio e che, in ogni caso, il termine "ragionevole" per la sua adozione decorra soltanto dal momento della scoperta, da parte dell'amministrazione, dei fatti e delle circostanze posti a fondamento dell'atto di ritiro; b) che l'onere motivazionale gravante sull'amministrazione risulterà attenuato in ragione della rilevanza e autoevidenza degli interessi pubblici tutelati (al punto che, nelle ipotesi di maggior rilievo, esso potrà essere soddisfatto attraverso il richiamo alle pertinenti circostanze in fatto e il rinvio alle disposizioni di tutela che risultano in concreto violate, che normalmente possano integrare, ove necessario, le ragioni di interesse pubblico che depongano nel senso dell'esercizio del ius poenitendi); c) che la non veritiera prospettazione, da parte del privato, delle circostanze in fatto e in diritto poste a fondamento dell'atto illegittimo a lui favorevole non consente di configurare, in capo ad esso privato, una posizione di affidamento legittimo, con la conseguenza che l'onere motivazionale gravante sull'amministrazione potrà dirsi soddisfatto attraverso il documentato richiamo alla non veritiera prospettazione di parte.

Consiglio di Stato, adunanza plenaria, 17 ottobre 2017, n. 8

Tutela dei consumatori: gli Stati membri dell'UE non possono stabilire un divieto generale di vendita sottocosto con deroghe basate su criteri non previsti dalla direttiva sulle pratiche commerciali sleali

La direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), va interpretata nel senso che essa osta ad una disposizione nazionale - come quella spagnola - che contenga un divieto generale di proporre in vendita o di vendere prodotti sottocosto e che preveda motivi di deroga a tale divieto basati su criteri che non figurano nella suddetta direttiva.

Corte di giustizia UE, quinta sezione, 19 ottobre 2017

Protezione internazionale: la revoca è di competenza delle Commissioni territoriali, che possono provvedere anche in autotutela

La revoca del provvedimento di protezione internazionale, di cui all'art. 5, comma 6, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 («Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero»), compete alle Commissioni territoriali, che possono avvalersi anche del potere di autotutela ex art. 21-nonies della l. 7 agosto 1990, n. 241 («Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi»), come richiamato dall'art. 18 del d.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25 («Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato»); mentre la cognizione della Commissione nazionale per il diritto d'asilo è circoscritta ai casi di revoca o cessazione dello status di protezione internazionale (nelle forme del rifugio politico o della protezione sussidiaria) precedentemente riconosciuto, e all'ipotesi residuale in cui, revocato o dichiarato cessato tale status, la medesima Commissione riconosca il diritto alla protezione umanitaria, ritenendo sussistenti i presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari (art. 33, comma 2, d.lgs. 25/2008).

Corte di cassazione, sezione VI civile, 6 ottobre 2017, n. 23472

Mutuo: nella determinazione del tasso usurario vanno considerati sia gli interessi corrispettivi sia quelli moratori, e gli uni possono essere sommati agli altri

In tema di contratto di mutuo, l'art. 1 della l. 7 marzo 1996, n. 108 («Disposizioni in materia di usura»), che prevede la fissazione di un tasso-soglia oltre il quale gli interessi pattuiti si considerano usurari, riguarda sia gli interessi corrispettivi sia quelli moratori, anche cumulativamente.

Corte di cassazione, sezione VI civile, 4 ottobre 2017, n. 23192

Lavoro: la previsione di una statura minima uguale per entrambi i sessi, ai fini dell'ammissione a una scuola di polizia, può risultare discriminatoria nei confronti delle donne

Le disposizioni della direttiva 76/207/CEE del Consiglio, del 9 febbraio 1976, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, come modificata dalla direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, vanno interpretate nel senso che ostano alla normativa di uno Stato membro (nel caso di specie, la Grecia) che subordina l'ammissione dei candidati al concorso per l'arruolamento alla scuola di polizia di detto Stato membro, indipendentemente dal sesso di appartenenza, a un requisito di statura minima di m. 1,70, ove tale normativa svantaggi un numero molto più elevato di persone di sesso femminile rispetto alle persone di sesso maschile e non risulti idonea e necessaria per conseguire il legittimo obiettivo che essa persegue.

Corte di giustizia UE, prima sezione, 18 ottobre 2017

Cooperazione giudiziaria civile: la persona giuridica che si ritenga danneggiata dalla pubblicazione su internet di dati inesatti e di commenti che la riguardano può adire i giudici dello Stato membro in cui si trova il centro dei propri interessi

L'art. 7, punto 2, del regolamento (UE) n. 1215/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, dev'essere interpretato nel senso che: a) una persona giuridica la quale lamenti che, con la pubblicazione su internet di dati inesatti che la riguardano e l'omessa rimozione di commenti sul proprio conto, sono stati violati i suoi diritti della personalità, può proporre un ricorso diretto alla rettifica di tali dati, alla rimozione di detti commenti e al risarcimento della totalità del danno subito dinanzi ai giudici dello Stato membro nel quale si trova il centro dei propri interessi. Quando la persona giuridica interessata esercita la maggior parte delle sue attività in uno Stato membro diverso da quello della sua sede statutaria, tale persona può citare l'autore presunto della violazione sulla base del luogo in cui il danno si è concretizzato in quest'altro Stato membro; b) una persona la quale lamenti che, con la pubblicazione su internet di dati inesatti che la riguardano e l'omessa rimozione di commenti sul proprio conto, sono stati violati i suoi diritti della personalità, non può proporre un ricorso diretto alla rettifica di tali dati e alla rimozione di detti commenti dinanzi ai giudici di ciascuno Stato membro nel cui territorio siano o siano state accessibili le informazioni pubblicate su internet.

Corte di giustizia UE, grande sezione, 17 ottobre 2017

Legge Pinto: la domanda di equa riparazione per irragionevole durata del processo non può essere proposta in via surrogatoria

La domanda di equa riparazione per irragionevole durata del processo, ai sensi della l. 6 marzo 2001, n. 89 («Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile»), non può essere proposta in via surrogatoria (art. 2900 c.c.), giacché l'esistenza del relativo danno non patrimoniale non può essere predicata in difetto di allegazione del danneggiato.

Corte di cassazione, sezione II civile, 2 ottobre 2017, n. 22975

Responsabilità civile: il diritto dell'Unione europea non va confuso con quello della Convenzione europea dei diritti dell'uomo

Mentre il diritto dell'Unione europea "entra" nell'ordinamento interno attraverso l'art. 11 Cost. ed è suscettibile di applicazione diretta da parte del giudice nazionale, con eventuale contestuale disapplicazione delle norme di diritto interno con esso contrastanti, il diritto della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), in quanto appartenente al genus del diritto internazionale pattizio, "entra" nell'ordinamento interno attraverso l'art. 117 Cost., sicché - pur assumendo una posizione sovraordinata rispetto alle norme poste con legge ordinaria o con atti aventi forza di legge, interponendosi tra queste ultime e il parametro costituzionale che è deputato ad integrare - non può essere direttamente applicato dal giudice comune, il quale è chiamato a risolvere le eventuali antinomie interpretando le norme interne in senso conforme alle norme convenzionali, salva la possibilità di sollevare la questione di legittimità costituzionale delle prime per contrasto con l'art. 117 Cost., qualora l'interpretazione conforme non risulti possibile (fattispecie riguardante un'azione civile promossa nei confronti dello Stato per il risarcimento del danno derivante da comportamenti omissivi tenuti da magistrati nell'esercizio delle funzioni).

Corte di cassazione, sezione III civile, 29 settembre 2017, n. 22834

Enti locali: niente premio di maggioranza per il Sindaco eletto al ballottaggio, se al primo turno le liste collegate al candidato avversario hanno superato il 50% dei voti validi

Ai sensi dell'art. 73, comma 10, del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 («Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali»), nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, il premio di maggioranza del 60% dei seggi del Consiglio comunale è assegnato alla lista o coalizione di liste collegata al candidato alla carica di Sindaco eletto al secondo turno soltanto se, al primo turno, nessun'altra lista o coalizione di liste ha ottenuto più del 50% dei voti validamente espressi (cfr. C.d.S., sez. V, sent. n. 4598/2015, in questa Rivista).

TAR Abruzzo, 12 ottobre 2017, n. 417

Enti locali: il Sindaco condannato in primo grado per abuso d'ufficio è automaticamente sospeso dalla carica

Ai sensi dell'art. 11, comma 1, del d.lgs. 31 dicembre 2012, n. 235 («Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190»), la sospensione dalla carica degli amministratori locali che hanno riportato una condanna non definitiva per determinati delitti (nel caso di specie, per abuso d'ufficio) opera «di diritto», indipendentemente dal provvedimento prefettizio di accertamento, costituendo l'inibizione allo svolgimento delle funzioni pubbliche un effetto legale tipico della sentenza penale di condanna.

TAR Calabria, Reggio Calabria, 5 ottobre 2017, n. 862

Enti pubblici: le Regioni non possono svolgere attività economiche estranee ai loro fini istituzionali

È illegittimo, per violazione dell'art. 3, comma 27, della l. 24 dicembre 2007, n. 244 [«Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)»], il provvedimento col quale una Regione (nella specie, il Molise) stabilisce di aumentare la propria partecipazione azionaria al capitale sociale di uno zuccherificio, sia pure in vista della conservazione di una struttura produttiva regionale e dei relativi livelli occupazionali.

TAR Molise, 3 ottobre 2017, n. 331

Processo civile: anche se priva della firma digitale del cancelliere, la comunicazione telematica dell'ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione fa decorrere il termine breve d'impugnazione

Ai sensi dell'art. 16-bis, comma 9-bis, del d.l. 20 giugno 2012, n. 79 («Misure urgenti per garantire la sicurezza dei cittadini, per assicurare la funzionalità del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e di altre strutture dell'Amministrazione dell'interno, nonché in materia di Fondo nazionale per il Servizio civile»), convertito, con modificazioni, dalla l. 7 agosto 2012, n. 131, la comunicazione telematica, all'indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario, del testo integrale dell'ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione è idonea, anche se priva della firma digitale del cancelliere che l'ha effettuata, a far decorrere il termine d'impugnazione ex art. 702-quater c.p.c.

Corte di cassazione, sezione II civile, 27 settembre 2017, n. 22674

Fisco: in caso di disservizi nella raccolta dei rifiuti solidi urbani, il contribuente ha diritto alla riduzione della TARSU (e i regolamenti comunali non possono escludere o limitare tale diritto)

In tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU): a) ai sensi dell'art. 59, comma 4, del d.lgs. 15 novembre 1993, n. 507 («Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani a norma dell'art. 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale»), il presupposto della riduzione del tributo (in misura non superiore al 40%) non richiede che il grave e non temporaneo disservizio sia imputabile a responsabilità dell'amministrazione comunale o comunque a causa che, rientrando nella sua sfera di controllo e organizzazione, sia da questa prevedibile o prevenibile. Tale presupposto si identifica, invece, nel fatto obiettivo che il servizio di raccolta, istituito ed attivato, non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell'immobile a disposizione o di esercizio dell'attività dell'utente, ovvero vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana, relative alle distanze e capacità dei contenitori ed alla frequenza della raccolta, in modo che l'utente possa usufruire agevolmente del servizio stesso; b) va disapplicato, per contrasto con la disciplina primaria di cui al predetto decreto legislativo, il regolamento comunale che escluda o limiti il diritto alla riduzione della TARSU, subordinandone il riconoscimento ad elementi - quale quello della responsabilità dell'amministrazione comunale ovvero della prevedibilità o prevenibilità delle cause del disservizio - diversi ed ulteriori rispetto a quelli prescritti dall'art. 59 cit.; c) la sussistenza del diritto alla riduzione della TARSU deve essere accertata dal giudice di merito - con onere della prova a carico del contribuente che tale diritto deduca - avendo riguardo alla specifica situazione del contribuente stesso, ed in particolare al periodo di imposizione, all'ubicazione della residenza o dell'esercizio di attività, alla tipologia dei rifiuti e, più in generale, ad ogni altro elemento fattuale utile a verificare la ricorrenza, in concreto, di un disservizio del tipo previsto dall'art. 59 cit. (fattispecie concernente il Comune di Napoli).

Corte di cassazione, sezione tributaria, 27 settembre 2017, n. 22531

Caso Contrada: la Cassazione si conforma alla sentenza della Corte EDU e dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti penali» la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa

In forza dell'art. 46 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), il giudice nazionale è tenuto a conformarsi alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo. In ambito penale, lo strumento processuale a tal fine esperibile è l'incidente di esecuzione ex artt. 666 e 670 c.p.p. (nel caso di specie, la Cassazione ha dichiarato «ineseguibile e improduttiva di effetti penali» la sentenza di condanna, per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, pronunciata nel 2006 dalla Corte d'appello di Palermo nei confronti di Bruno Contrada, avendo la Corte di Strasburgo ritenuto detta condanna violativa dell'art. 7 CEDU).

Corte di cassazione, sezione I penale, 6 luglio 2017, n. 43112

Processo civile: l'omesso deposito di copia della comunicazione di cancelleria del provvedimento impugnato comporta l'improcedibilità del regolamento di competenza

L'omesso deposito di copia della comunicazione di cancelleria del provvedimento impugnato comporta l'improcedibilità del ricorso per regolamento di competenza, non essendo possibile verificarne la tempestività; né tale omissione è sanabile col deposito di copia della notifica di detto provvedimento eseguita dalla controparte.

Corte di cassazione, sezione VI civile, 26 settembre 2017, n. 22411

P. Caretti, U. De Siervo
Diritto costituzionale e pubblico
Giappichelli, 2017

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